Lucrezia è la moglie di Collatino, uno dei capi dell’esercito romano. Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma, si intrufola in casa sua e la stupra, spingendola al suicidio.
Nell’omonimo poemetto shakespeariano, da cui è tratto lo spettacolo, la voce della donna diviene uno dei più alti esempi di meditazione sulle conseguenze dello stupro visto dalla parte di una donna.
Sulla scena i due attori protagonisti sono sottoposti a un lavoro fisico e verbale violento ed estenuante. I corpi appaiono come imprigionati in una sorta di ring/tribunale, un universo concentrazionario circondato da microfoni, dove vengono spiati da un ambiguo narratore-voyeur.